Incontriamo Gesù: orientamenti della CEI per la catechesi

Incontriamo Gesù: orientamenti della CEI per la catechesi

INCONTRIAMO GESU’: ORIENTAMENTI DELLA CEI PER L’ANNUNCIO E LA CATECHESI IN ITALIA.

Meditazione di don Lindo Contoli

Introduzione alla storia.

La Catechesi ha lo scopo di esplicitare i contenuti globali della fede (kerygma) e di farli maturare nel destinatario. La sua identità è quella di avere un legame col battesimo e di essere una esposizione completa ed elementare del mistero cristiano. La comunitarietà e la liturgia sono dimensioni essenziali della catechesi La catechesi parte dal linguaggio degli uditori e li porta a comprendere quello della Bibbia e della Liturgia (i segni ecclesiali): la presentazione del messaggio rivelato esige uno sforzo di traduzione nei diversi linguaggi umani. Nella Catechesi si può privilegiare l’esposizione dottrinale sistematica dei contenuti della fede (deposito della fede) piuttosto che il genere di annuncio comunicativo, la fede credente, più attenta all’atto di comunicazione della fede, e quindi ai destinatari e ai metodi.

La cosa più bella della vita è imparare e insegnare. Imparare fa prendere consistenza: imparare è l’amore al vero, e insegnare è l’amore all’uomo.

L’idea di comporre un documento sulla catechesi risale al 2010, a quarant’anni dal “Documento di base” e a cinquant’anni dal Concilio.

Lo scopo è di sviluppare la ricezione creativa del “Documento di base” e, stimolati dalla pubblicazione della Esortazione “Evangelli gaudium” (24/11/13), riflettere e delineare un quadro di sintesi.

Il titolo: “Incontriamo Gesù” esprime sinteticamente l’obiettivo cui tende la formazione cristiana: l’incontro di grazia con Gesù. Il verbo posto al plurale indica la dimensione ecclesiale dell’incontro, la dimensione del discepolo e la dinamica della testimonianza.

Il testo presenta un Indice assai semplice: Introduzione e quattro Capitoli.

Il Capitolo 1, nn1-31, “Abitare con speranza il nostro tempo. Un nuovo impegno di evangelizzazione” sottolinea i segni di speranza nella cultura contemporanea come via di missione. Il n. 27 “Seguire Gesù” riassume tutto il movimento dell’azione evangelizzatrice.

Il Capitolo 2, nn. 32-46, “Annunciare il Vangelo di Gesù. Il coraggio del primo annuncio” Si cerca di indicare le soglie attraverso le quali si può operare il primo annuncio.

Il Capitolo 3, nn. 47-62, “Iniziare accompagnare, sostenere l’esperienza della fede. Il cammino della iniziazione cristiana”. Si parla prima della iniziazione degli adulti, poi dei ragazzi e dei bambini.

Il Capitolo 4, nn 63-95, “Testimoniare e narrare. Formare servitori del Vangelo” evidenzia il servizio e la formazione di evangelizzatori e di catechisti.

 

Nella lunga gestazione si è avuto una consultazione amplissima: 250 contributi: scritti di Conferenze episcopali regionali, di vescovi, di parroci, esperti e realtà ecclesiali; non meno di 700 persone hanno partecipato ai vari momenti di riflessione e di elaborazione: connubio tra vecchio e nuovo.

Leggendo il documento si sente la fatica di armonizzare le diverse e, talora, contrastanti richieste delle Conferenze episcopali regionali: Triveneto, Toscana, Sardegna, Umbria… Viene in mente l’operazione del computer: “taglia e incolla”.

Nei giorni scorsi papa Francesco, nelle prime battute del suo discorso al convegno diocesano di Roma, ha ricordato la storia della esortazione apostolica “ Evangelii nuntiandi” (8/12/1975), che dava espressione unitaria alla documentazione, prodotta dal Sinodo dell’anno precedente. “Anche oggi, dice, papa Francesco, è il documento pastorale più importante, che non è stato superato, del post Concilio. Dobbiamo andare sempre lì. E’ un cantiere di ispirazioni quell’esortazione apostolica. E l’ha fatta il grande Paolo VI, di suo pugno. Perché dopo quel Sinodo non si mettevano d’accordo se fare una esortazione, se non farla, o altrimenti… e, alla fine il relatore – era san Giovanni Paolo II- ha preso tutti i fogli, e li ha consegnati al papa, come dicendo:” Arrangiati tu, fratello!”. Paolo VI ha letto tutto e, con quella pazienza e genialità che aveva, cominciò a scrivere. E’ proprio per me il testamento pastorale del grande Paolo VI. E non è stata superata. E’ un cantiere di cose per la pastorale”.

 

Ha scritto il card. Bagnasco:” Incontriamo Gesù” presenta quattro caratterizzazioni fondamentali.

  1. L’assoluta precedenza della catechesi e della formazione cristiana degli adulti e, all’interno di essa, del coinvolgimento delle famiglie nella catechesi dei piccoli. Si tratta di valorizzare tutta l’azione formativa ( che comprende anche liturgia e testimonianza della carità) in chiave adulta. 2- L’ispirazione catecumenale della catechesi. 3.La formazione di evangelizzatori e catechisti, e –in forma curricolare e permanente- la formazione dei presbiteri e dei diaconi. 4. La proposta mistagogica ai preadolescenti, agli adolescenti e ai giovani”.

 

Il Titolo ”Incontriamo Gesù”.   Nei documenti ecclesiastici il Titolo ha sempre un significato particolare, è una chiave di lettura, come gli accordi tematici, dominanti e svolti, in una sinfonia.

Consultiamo un comune dizionario alla voce: ”Incontrare” “Incontrare indica il verificarsi di una relazione di avvicinamento o di contatto, fortuita o volontaria, suscettibile di continuarsi o definirsi in un temporaneo o permanente rapporto di causalità o reciprocità oppure in un ambito di fini specifici”. (Devoto-Oli).

Rivolgiamo ora la nostra attenzione ad alcuni pensatori che, riflettendo sull’uomo, hanno visto nell’Incontro (filosofia dialogica) una via per illuminare il volto dell’uomo.

Scrive G. Marcel:” Il mio rapporto con me stesso è mediato dalla presenza dell’altro, da ciò che egli è per me, e da ciò che io sono per lui. La sua presenza è decisiva per me e viceversa. L’essere umano vive come dimensione essenziale il rapporto con l’altro”.

Scrive E. Mounier: ”Secondo la esperienza interiore, la persona ci appare come una presenza volta al mondo e alle altre persone. Le altre persone non la limitano, ma anzi le permettono di essere e di svilupparsi; essa non esiste se non in quanto diretta verso gli altri; non si conosce che attraverso gli altri, si ritrova soltanto negli altri. La prima esperienza della persona è l’esperienza della seconda persona: il tu, e quindi il noi viene prima dell’io. Si potrebbe quasi dire che io esisto nella misura in cui esisto con gli altri. Io sono perché noi siamo: essere è con-essere. Quando la comunicazione si allenta o si corrompe, io perdo profondamente me stesso: ogni follia è uno scacco al rapporto con gli altri; l’altro diventa alienus, ed io a mia volta divento estraneo a me stesso, alienato”. E’ sufficiente invece che l’altro mi venga incontro e che gli corrisponda perché la vita ricominci a fluire.

Ha scritto Martin Buber : ”Le parole fondamentali si dicono insieme all’essere. Quando si dice tu si dice insieme l’io della coppia io-tu. La Parola fondamentale io-tu si può dire solo con l’intero essere. Conoscere qualcuno significa entrare in relazione personale con lui”.

 

La parola “incontro” implica in primo luogo qualcosa di imprevisto e di sorprendente; in secondo luogo implica qualcosa di reale, che ci tocca realmente, che interessa la nostra vita. Così inteso ogni incontro è unico, le circostanze che lo determinano non si ripeteranno più così: proprio perché ogni incontro è un brano preciso della “voce che chiama ognuno per nome”; ogni incontro è una grande occasione offerta dal mistero di Dio alla nostra libertà.

 

L’essere amato è la consistenza, la natura del tuo io. E’ attraverso il fenomeno dell’incontro che la potenza divina chiama gli uomini ad assumere la loro parte nel disegno divino: Abramo, Maria, gli incontri di Gesù. Un incontro è un avvio alla vita, è un’attrattiva al vivere, una promessa, direbbe la Bibbia. Noi oggi incontriamo il volto di Gesù nell’insieme delle persone che lo seguono. L’avvenimento cristiano ha la forma di un incontro: un incontro umano, nella realtà banale di tutti i giorni. La comunità della Chiesa è il volto che la realtà di Cristo assume nella nostra vita. Attraverso l’incontro con questa realtà, Dio si comunica a noi: è questo il valore della Chiesa. Noi anzitutto siamo continuamente oggetto del richiamo di Cristo e della proposta della comunità. Ognuno di noi è stato scelto attraverso un incontro gratuito, perché si renda egli stesso incontro per gli altri. E’ dunque per una missione che siamo stati scelti, così come Cristo è stato mandato dal Mistero eterno. Quello che dovremo ricordare forse agli altri, ricordiamo a noi stessi. Il compito rende drammatica la vita, perché un compito, se è dialogo implica il fatto che tu dia conto, renda conto della tua vita a un altro

Una regola ermeneutica dice che si può comprendere un testo, solo se si bada all’intenzione del testimone. Il nostro testo non vuole essere nient’altro che una trasmissione: tra l’evento della salvezza che si è avverata in e per mezzo di Gesù, e l’impegno totale della esistenza di chi ode questo messaggio per il suo contenuto.

“La Chiesa non evangelizza se non si lascia evangelizzare”n.1 IC- “ La comunicazione della fede deve necessariamente fondersi in modo vitale con l’esperienza celebrativa e con quella caritativa e valorizzare i passaggi di vita delle persone” 11. “ L’incontro con Cristo è sorgente, itinerario e traguardo di catechesi e, più ancora, di ogni prassi pastorale. Se non si incontra Cristo e il suo amore, come si può sentire il desiderio di una intelligenza della vita secondo il suo Vangelo?”.21. “L’incontro, essendo una relazione spirituale e profonda tra persone, richiede un’apertura, un lasciarsi incontrare da Lui, che ci rivela il Padre e ci dona il suo Spirito; è la condizione per poter proporre ad altri il medesimo incontro”.27.

 

Introduzione del documento.

Il tono della “Introduzione” non è celebrativo: si mettono in luce, accanto ai motivi positivi, ritardi nell’impegno ecclesiale e risultati non pienamente rispondenti alle attese. Si conclude con sette volte “grazie” al Signore, per l’impegno di evangelizzazione dal “Documento di base” a oggi.

I cambiamenti culturali e sociali vanno affrontati nello spirito indicato da papa Francesco nella Evangelii gaudium n.27:”

 

Senza vita nuova e autentico spirito evangelico, senza fedeltà della Chiesa alla propria vocazione, qualsiasi nuova struttura si corrompe in poco tempo. Sogno una scelta missionaria capace di trasformare ogni cosa, perché le consuetudini, gli stili, gli orari, il linguaggio e ogni struttura ecclesiale diventino un canale adeguato per l’evangelizzazione del mondo attuale, più che per l’autopreservazione”.

“Questo mondo moderno non è solamente un mondo di cattivo cristianesimo, questo non sarebbe nulla, ma un mondo scristianizzato. Ciò che è precisamente il disastro è che le nostre stesse miserie non sono più cristiane. C’era la cattiveria dei tempi anche sotto i Romani. Ma Gesù venne. Egli non perse i suoi anni a gemere e interpellare la cattiveria dei tempi. Egli tagliò corto. In un modo molto semplice. Facendo il cristianesimo. Egli non si mise a incriminare, ad accusare qualcuno. Egli salvò. Non incriminò il mondo. Egli salvò il mondo”.(Pèguy).

 

La concezione dell’uomo, che sta alla base, al fine e compito degli Orientamenti, è la ”persona in Cristo”, la coscienza dell’essere “persona in Cristo”, come fonte di motivazione per l’agire.

La triade fede, carità, speranza è principio basilare e architettonico della esistenza cristiana, secondo san Paolo. E’ significativo che il primo scritto del Nuovo Testamento, la Prima Lettera ai Tessalonicesi, si apra con un pubblico riconoscimento, da parte di Paolo, della vita della comunità di Tessalonica, come vissuto di fede, carità, speranza. Il testo degli Orientamenti fa riferimento alla triade e, singolarmente: alla fede dedica i nn. 11; 12; 27; alla speranza i nn. 9; 36; alla carità i nn.17; 45.

“Rendiamo sempre grazie a Dio per tutti voi, ricordandovi nelle nostre preghiere e tenendo continuamente presenti l’operosità della vostra fede, la fatica della vostra carità e la fermezza della vostra speranza nel Signore nostra Gesù Cristo, davanti a Dio Padre nostro.” (ITs 1,1-5). E’ da notare come fede, carità, speranza non vengano nominate quasi a mo’ di formule, ma entrano nel discorso già in vista di ciò in cui esse rispettivamente si realizzano. Di ciascuna è sottolineato il particolare dinamismo concreto. I tre elementi, distinti tra di loro, sono strettamente collegati: l’opera della fede sbocca nella fatica dell’amore, e la fatica rientra nel quadro della tribolazione, che fa scattare la perseveranza che appartiene al contesto della speranza con la prospettiva del compimento. Con i tre elementi fede, carità, speranza, Paolo si riferisce di fatto a tutta la vita cristiana. La vede come una formula riassuntiva e sintetizzante di tanti aspetti concreti riconducibili a uno di essi. Fede, carità, speranza definiscono unitariamente il vissuto cristiano.

 

Osserva sant’Agostino: ” Non può esserci amore senza la speranza, né la speranza se non c’è l’amore, né l’amore e la speranza se manca la fede”.   La Grazia ha il carattere donativo e comunicativo di vita, di fede, di certezza: e quindi di stimolo a fare, di speranza, e di larghezza infinita di dedizione, o carità.

Gesù si definisce: via, verità e vita: si dona all’uomo nella fede come verità che rivela il volto e la salvezza di Dio; nella carità come vita di comunione filiale con Dio; nella speranza come via che conduce alla pienezza di Dio. Il cristiano pertanto crede, ama, spera con la fede, la carità, la speranza di Cristo in noi. Sono le virtù base di ogni vocazione e di ogni carisma. Rappresentano gli atteggiamenti basilari della persona in Cristo, le disposizioni fondamentali della libertà cristiana. Le virtù teologali sono modi dell’essere. Non atti della persona, ma la persona in atto.

La triade cristologica ha il corrispondente ontologico nelle tre coordinate strutturali dell’animo umano: la conoscenza, la comunione e l’aspirazione. All’apertura cognitiva (la ricerca della verità) nell’uomo risponde la fede; all’apertura relazionale (il bisogno di amore) risponde la carità; all’apertura desiderativa ( l’anelito alla felicità) risponde la speranza. La vita cristiana è esistenza di fede, carità, speranza e ogni altra determinazione non aggiunge sostanzialmente nulla.

“Una comunità, capace di mostrare quanto sia nutrita e trasformata dall’incontro con il Signore Risorto, è il miglior luogo per comunicare la fede. Amicizia è compromissione totale della mia persona con ciò che ho incontrato insieme a te, dove tutto il peso è in ciò che ho incontrato. La fede non solo guarda a Cristo, ma guarda dal punto di vista di Gesù, con i suoi occhi: è una partecipazione al suo modo di vedere” 12.       Il criterio dell’appartenenza parte da un fatto integralmente umano che è la persona di Cristo vivo tra noi.  “La Chiesa è testimonianza in tutto ciò che essa crede, opera, ama e spera. La carità stessa possiede una forza generativa alla fede: le opere sono annuncio del vangelo non solo per chi le compie e per chi le riceve, ma anche per coloro che ne sono testimoni”. 18.   “Ciascuna persona è abitata dal desiderio di pienezza e il suo cuore è capace di aprirsi quando sente parole forti e vere sulla sua vita e incontra autentici testimoni di carità”8. Amico è chi ti sospinge o ti aiuta a guardare, o ti aiuta ad andare a Cristo, cioè al tuo destino. “Ogni vera formazione cristiana ha come scopo la vita e in essa la testimonianza della carità di Cristo. Essa si coniuga come opera di carità fattiva nei confronti di ogni uomo e di ogni donna..”.17. “Possiamo andare incontro a tutti, senza paura, senza rinunciare alla nostra appartenenza. Nessuno è escluso dalla speranza della vita, dall’amore di Dio”10. La Speranza è la certezza nel proprio futuro, nel proprio destino, che poggia su una cosa che ho adesso; la speranza, dice

 

San Tommaso, parte da qualcosa che si ha adesso e si protende nel futuro con certezza e fatica, cioè il lavoro della vita.

 

Per una catechesi per e con gli adulti.

“La prima caratteristica fondamentale degli Orientamenti è l’assoluta precedenza della catechesi e della formazione cristiana degli adulti, e, all’interno di essa, del coinvolgimento delle famiglie nella catechesi dei piccoli” (Bagnasco).

“Già il Documento di base, aveva sottolineato la priorità della catechesi degli adulti e dei giovani, per l’urgenza di promuovere la formazione permanente di giovani, adulti e, soprattutto, di famiglie, perché siano testimoni significativi e annunciatori credibili del Vangelo negli areopaghi del nostro tempo, capaci di raccontare la loro esperienza di fede” (IG 24).

“Un’autentica relazione educativa richiede una reciproca fecondazione tra sfera razionale e mondo affettivo, tra intelligenza e sensibilità, tra mente e cuore promovendo la capacità di pensare e l’esercizio critico della ragione”.9. “L’uomo contemporaneo ascolta più volentieri i testimoni che i maestri, o, se ascolta i maestri, lo fa perché sono dei testimoni.”18. La nostra personalità insorge, incomincia a vibrare, per la grazia di un incontro. Cioè per lo stupore di un certo tipo di incontro che non si sarebbe mai aspettato, che non si sarebbe mai immaginato. Nell’incontro questa persona, che normalmente giace ottusa, distratta, e, quando è vigile è un po’ cinica e disperata, riemerge, rivive. E’ come scoprirsi in una dignità, in un valore: la dignità è il valore della vita che ha un destino. Aderire alla testimonianza di un altro impegna la totalità della nostra persona, mette in gioco tutta la personalità dell’altro, ma richiama, per la risposta, la dignità e la serietà di tutta la mia persona.

Nel Nuovo Testamento il Vangelo si rivolge a persone adulte, è un invito alla conversione , ad abbandonare la mentalità pagana, a mettere il Regno di Dio al primo posto, e perciò la formazione dei nuovi credenti avviene essenzialmente “in ecclesia”, cioè nelle assemblee liturgiche e catechetiche. L’attenzione alla famiglia è rivolta principalmente ai doveri dei genitori e dei figli. Ai coniugi viene dato l’insegnamento del Signore sul matrimonio, inculcando quell’agire etico e spirituale che deriva dalla vita nuova in Cristo. Il problema della educazione alla fede dei bambini, non si pone ancora. Però quando nei secoli successivi la pratica del battesimo dei bambini sarà generalizzata, allora si riproporrà una situazione molto simile a quella del popolo ebraico. Per questo gli insegnamenti dell’Antico Testamento sulla famiglia, come luogo privilegiato di educazione e di trasmissione della fede, sono divenuti attuali.

 

“La formazione cristiana spesso si conclude nella prima adolescenza. Non stupisce che numerosi adulti conservino un’immagine infantile e impropria di Dio e della religione cristiana” 9. “L’evangelizzazione inizia fuori degli ambienti parrocchiali ed ecclesiali, ma deve ritrovare in essi una scuola di verità e un laboratori spirituale di idee, azioni e relazioni, a ogni età e in ogni condizione”.16.

Il cammino verso la maturità religiosa mediante la docilità si può riassumere in tre tappe: a-fare la mia buona volontà; b- fare la mia volontà con l’aiuto di Dio; c- fare la volontà di Dio.

Pregava Pascal:” Tu solo conosci ciò che mi è necessario; Tu sei il sovrano padrone: fa di me secondo la tua volontà. Concedimi o toglimi: soltanto conforma il mio volere al Tuo. A parte questo non so cosa sia buono o cattivo nelle cose”.

 

Nella omelia del 29 giugno 2009 Benedetto XVI ha richiamato l’attenzione sull’utilizzo abusivo della espressione “cristiano adulto”. “ Nel quarto capitolo della Lettera agli Efesini l’Apostolo ci dice che con Cristo dobbiamo raggiungere l’età adulta, un’umanità matura. Non possiamo più rimanere fanciulli in balia delle onde, trasportati qua e là da qualsiasi vento di dottrina ‘(Ef 4,14). Paolo desidera che i cristiani abbiano una fede matura, una fede adulta. La parola “fede adulta” negli ultimi decenni è diventata uno slogan diffuso. Lo si intende spesso nel senso dell’atteggiamento di chi non dà più ascolto alla Chiesa e ai suoi Pastori, ma sceglie autonomamente ciò che vuol credere o non credere -una fede ‘fai da te-, quindi.   E lo si presenta come ‘coraggio’, di esprimersi contro il Magistero della Chiesa. In realtà non ci vuole per questo del coraggio, perché si può sempre essere sicuri del pubblico applauso. Coraggio ci vuole piuttosto per aderire alla fede della Chiesa, anche se questa contraddice lo ‘schema’ del mondo contemporaneo. E’ questo non conformismo della fede, che Paolo chiama una ‘fede adulta’. Qualifica invece come infantile il correre dietro ai venti e alle correnti del tempo. Così fa parte della fede adulta, ad esempio, impegnarsi per l’inviolabilità della vita umana fin dal primo momento, opponendosi con ciò radicalmente al principio della violenza, proprio anche nella difesa delle creature umane più inermi. Fa parte della fede adulta riconoscere il matrimonio tra un uomo e una donna per tutta la vita, come ordinamento del Creatore, ristabilito nuovamente da Cristo. La fede adulta non si lascia trasportare qua e là da qualsiasi corrente. Essa si oppone ai venti della moda. Sa che questi venti non sono il soffio dello Spirito. Sa che lo Spirito di Dio si esprime e si manifesta nella comunione con Gesù Cristo. Tuttavia, anche qui Paolo non si ferma alla negazione, ma ci conduce al grande “sì”.

 

Descrive la fede matura, veramente adulta, in maniera positiva con l’espressione: “agire secondo verità nella carità’’(Ef 4,15). Il nuovo modo di pensare, donatoci dalla fede, si volge prima di tutto verso la verità. Il potere del male è la menzogna. Il potere della fede, il potere di Dio è la verità. La verità sul mondo e su noi stessi si rende visibile quando guardiamo a Dio. E Dio si rende visibile a noi nel volto di Gesù Cristo. Guardando a Cristo riconosciamo un’ulteriore cosa: verità e carità sono inseparabili. In Dio, sono inscindibilmente una cosa sola: è proprio questa l’essenza di Dio. Per questo per i cristiani verità e carità vanno insieme. La carità è la prova della verità. Sempre di nuovo dovremo essere misurati secondo questo criterio, che la verità diventi carità e la carità ci renda veritieri.”

“Ogni comunità è “adulta”, quando professa la fede, la celebra con gioia nella liturgia, vive la carità e annuncia senza sosta la Parola di Dio, uscendo dal proprio recinto per portarla anche nelle periferie, soprattutto a chi non ha ancora avuto l’opportunità di conoscere Cristo. La solidità della nostra fede a livello personale e comunitario, si misura anche dalla capacità di comunicarla ad altri, di diffonderla, di viverla nella carità, di testimoniarla a quanti ci incontrano e condividono con noi il cammino della vita”(Papa Francesco 19.5,2013).

 

L’uomo per vivere crescere e svilupparsi, ha bisogno di fare esperienza di senso come dell’aria che respira; esso rimane per lui questione di vita e di morte; questa domanda richiede di giungere alla sua verità, garantendo un fondamento al suo lottare e sperare. Uno che non è serio con la vita, con la totalità dei suoi fattori, non capisce Dio. Non capisce l’esistenza di Dio. “Noi sentiamo che, anche una volta che tutte le possibili domande scientifiche hanno avuto una risposta, i nostri problemi vitali non sono ancora neppure toccati” (Wittgenstein). L’ultimo passo della ragione è quello di riconoscere che c’è una moltitudine di cose che sorpassano le sue forze. E’ di importanza decisiva per la vita umana sapere offrire un percorso all’insegna della speranza. Una speranza radicata in una esperienza di senso, più grande di eventuali traumi, ferite e sofferenze ricevuti nel corso della vita.

Per san Tommaso la speranza costituisce la possibilità di godere della propria vita; essa ha infatti il compito di fortificare il desiderio, specie di fronte alle difficoltà. A sua volta il desiderio fornisce un tono di piacere alla vita. La speranza può causare e accrescere l’amore, sia a motivo del piacere che la accompagna, sia a motivo del desiderio, poiché la speranza rafforza il desiderio: infatti non si desidera così intensamente ciò che non si spera. Credere in Dio significa vedere che la vita ha un senso. La speranza è una realtà essenzialmente connessa alla fede. Senza una speranza fondata, la vita si mostra come una battaglia persa. La speranza è come la lente che consente di scorgere un significato nella realtà.

 

Ciò che conta è la docilità del cuore e la disponibilità a rivedere le proprie valutazioni e aspettative della vita. La semplicità è la mano del mendicante tesa per avere quella elemosina di cui vivere e che sempre gli sarà data. La maturità della esperienza di fede, viene manifestata dalla capacità di porre interrogativi, che nascono da quanto è accaduto, senza cercare di addomesticarli con risposte preconfezionate. La capacità di leggere correttamente la realtà (il segno) è legata alla capacità di stupirsi, di meravigliarsi delle cose giuste, anche se ciò richiede di mettere in discussione la propria visione della realtà. E’ necessario rendere esperienza personale il rapporto tra l’uomo e la realtà in quanto originata. E’ realtà se entra nella tua esperienza.

La esperienza è il rendersi evidente della realtà: si rende evidente una cosa che già c’è. Ma ciò che già c’è non è da sé, ma deriva da qualche cosa d’altro. Questo Altro si è manifestato in Gesù Cristo. Gesù Cristo si incontra nei suoi fedeli nella Chiesa. “Ogni cristiano è chiamato ad andare incontro agli altri, a dialogare con quelli che non la pensano come noi, con quelli che hanno un’altra fede o che non hanno fede. Incontrare tutti perché tutti abbiamo in comune l’essere creati ad immagine e somiglianza di Dio” 10. E’ il concetto di presenza di sé a una presenza: io sono presente a una presenza solo se l’accolgo. Memoria dell’Incontro: questo è il dono più grande che io posso fare a un altro e che un altro può fare a me, questo ci fa amici. L’amico è colui che ti vuole bene in quanto vuole il tuo bene ultimo, che è il tuo destino: l’imprevisto di Grazia che ti definisce.

 

Il numero 24 “Catechesi per e con gli adulti” e il numero 25 “Catechesi per e con i giovani” propongono un metodo di lavoro per educazione alla fede cristiana molto preciso con obiettivi verificabili. Da tenere in attenta considerazione e rileggere spesso.

Sapere Gesù. n.27. La evangelizzazione è introduzione viva nella relazione con Gesù.

“Nella bocca del catechista torna sempre a risuonare il primo annuncio: ”Gesù Cristo ti ama, ha dato la sua vita per salvarti, e adesso è vicino al tuo fianco ogni giorno, per illuminarti, per rafforzarti, per liberarti” Quando diciamo che questo annuncio è “il primo” ciò non significa che sta all’inizio e dopo si dimentica o si sostituisce con altri contenuti che lo superano. E’ il primo in senso qualitativo, perché è l’annuncio principale, quello che si deve sempre tornare ad ascoltare in modi diversi, e che si deve sempre tornare ad annunciare durante la catechesi in una forma o nell’altra, in tutte le sue tappe e i suoi momenti”.

 

Occorre notare che la coscienza cristiana è in genere ancora largamente condizionata da una grossolana concezione propria della teologia della espiazione di Anselmo di Canterbury. Il Crocifisso sarebbe la forma in cui la giustizia di Dio, infinitamente lesa, verrebbe nuovamente placata da una espiazione infinita. La croce sarebbe un esatto conguaglio fra dare e avere. Si ha la sensazione che questo conguaglio sia una finzione. Si dà segretamente con la mano sinistra ciò che si toglie solennemente con la destra. La giustizia spietata di Dio avrebbe preteso un sacrificio umano, l’immolazione del suo stesso Figlio. Dio finisce in una luce doppiamente sinistra che rende non attendibile il messaggio dell’amore. Per quanto diffusa in molti libri di devozione, l’immagine è falsa. Nelle religioni mondiali, si ripristina il rapporto perduto con la divinità, mediante azioni espiatrici da parte degli uomini. Nel Cristianesimo si ha una situazione inversa: non è l’uomo che porta a Dio, ma è Dio che viene all’uomo per dare a lui. La croce è espressione della radicalità dell’amore che si dona totalmente, indica il processo in cui uno è ciò che fa e fa ciò che è: espressione di una vita che è totalmente essere-per-gli-altri. “Con sempre maggiore convinzione, dobbiamo lasciarci guidare dallo Spirito Santo nel testimoniare la salvezza ricevuta e nell’annunciare il volto di Dio Padre misericordioso, primo artefice, attraversi Gesù e nello Spirito Santo, di questa opera di salvezza”10.

 

Primo annuncio.

“Quando si assume un obiettivo pastorale e uno stile missionario, che realmente arrivi a tutti, senza eccezioni né esclusioni, l’annuncio si concentra sull’essenziale, su ciò che è più bello, più grande, più attraente e allo stesso tempo più necessario. In questo nucleo fondamentale ciò che risplende è la bellezza dell’amore salvifico di Dio, manifestato in Gesù Cristo morto e risorto.” n.33.

“Centrale è l’impegno dei laici di rendere presente il Vangelo nei diversi ambienti della vita quotidiana. Si sottolinea che la bellezza e l’intensità delle relazioni, vissute in esperienze di piccoli gruppi nell’ambito della comunità parrocchiale, accompagnano la maturità della fede e arricchiscono l’esperienza spirituale” n.34.

La compagnia per eccellenza è la compagnia dell’uomo come tale, dell’uomo come realtà del mondo, come realtà nella storia, come realtà destinata a qualcosa di oltre, di più grande, sempre più grande.

“Occorre soprattutto partire dalle esperienze che costellano la vita di ciascuno, da quel desiderio di una vita felice, che è l’inizio e il punto d’arrivo di ogni avventura umana e cristiana. Emerge così la necessità di curare la formazione di cristiani adulti nella fede, per renderli capaci di incontrare i non credenti, di stabilire con loro rapporti di amicizia e di dialogo, e di comunicare loro la propria esperienza di fede, attenti a lasciarsi interrogare dallo Spirito, che opera dentro le pieghe esistenziali della vita, e a proporre domande che provochino la ricerca” n.35.

“Le soglie della vita sono un momento propizio per il primo annuncio del Vangelo. Sono snodi che provocano ad aprire il cuore e la mente a Dio. Sono luoghi di annuncio i ‘cinque ambiti’ messi in luce nel Convegno ecclesiale di Verona:

 

Essere figli, Essere cercatori, Riscoprirsi amanti e amati, Essere appassionati compassionevoli, Scoprirsi fragili” 36ss.

 

Atteggiamenti richiesti dalla Catechesi.

1-Atteggiamento di umiltà. Un atteggiamento questo necessario sia nei confronti della Verità da approfondire e da esporre sempre in forme più adeguate alle esigenze della stessa Verità e dei destinatari, cosciente di rendere presente la maternità della Chiesa.

2-Atteggiamento della coscienza di certezza. Consapevolezza di annunciare tutta e solo la verità; una verità importante per l’uomo. E’ Cristo che è annunciato e Colui che annuncia oggi attraverso i Suoi ministri, con la certezza di Cristo e della Chiesa.

3- Atteggiamento di fedeltà creativa. Fedeltà ai sempre nuovi aspetti della verità e degli stessi destinatari, e per trovare forme sempre nuove di comunicazione e di trasmissione della Verità in un mondo che sempre si rinnova.

4- Atteggiamento dello stupore. Più che un elenco di cose credute, sapute e scontate, la nostra professione di fede può e deve diventare una continua fonte di gioioso e sempre nuovo stupore, per noi anzitutto e per i destinatari del nostro annuncio.